giovedì 21 maggio 2009

Piano Caio: parla 3 - Vincenzo Novari


VIVA LA BANDA MOBILE...Da "Il Foglio"Vincenzo Novari


"Mi prendevano per pazzo", dice Vincenzo Novari, amministratore delegato di 3. Forse lo prendono per pazzo ancora adesso, visto che continua a predicare la bontà della tv sul telefonino quando davvero poche persone seguono quella che Novari ha sempre chiamato "rivoluzione". Ma non c'è alcun mea culpa nelle parole di Novari.


"Forse abbiamo imboccato troppo presto una strada, ma continuo a credere che sia la direzione giusta. Forse non abbiamo appieno valutato che per quella rivoluzione occorrevano dei terminali di massa, quindi economici, a poco prezzo, dei minitelevisori.Ma ci stiamo arrivando. Basti pensare al boom delle chiavette per i notebook e, dopo Internet, i consumatori sul telefono vorranno vedere anche la tv".




Proprio sulla tv, secondo Novari, il governo è chiamato a una scommessa. "Paolo Romani, da pochi giorni nominato viceministro allo Sviluppo economico per le comunicazioni, potrà davvero essere considerato come il padre del digitale terrestre in Italia. Il digitale terrestre è una grande occasione per democratizzare lo sviluppo delle telecomunicazioni. Perché il satellite è ormai dominato da un monopolio".


Forse perché è alla testa della società più piccola della telefonia, Novari si concede critiche e stilettate che gli altri big del settore non si sono concessi nella serie di interviste che il Foglio ha avviato in concomitanza con la consegna del rapporto Caio, commissionato dall'esecutivo al superconsulente Francesco Caio per lo sviluppo delle comunicazioni.


Anche sulle reti Novari ha le idee chiare sulle reti, ma fa una digressione geo-eco-tecnologica: "Da oltre 20 anni ci sono due modelli alternativi. Quello americano e quello euro-asiatico. Il primo è incentrato sul fisso e ha generato colossi dell'infrastruttura di rete come Cisco e Hp. Le ultime evoluzioni di questo modello sono il wi-fi e il wi-max. Ilsecondo modello, quello che definisco euro-asiatico, ha sempre puntato sulla tecnologia mobile. In Giappone e in Corea l'accesso al Web è basato sulla rete mobile. Non a caso protagonisti di questo modello sono Nokia, Ericsson, Huawei...".


Alt. Dottor Novari, va bene che il suo proprietario è di Hong Kong, ma parliamo dell'Italia: "Non sto deviando dal tema. Mi lasci completare. Io penso che il modello euro-asiatico è quello che più soddisfa il cliente, perché consente ad esempio l'accesso a Internet da casa anche attraverso una rete mobile: più veloce e più semplice. In altri termini, meglio avere più frequenze che dover scavare e costruire nuove canaline".


Questo ragionamento conduce a dire che non è importante lo scorporo della rete fissa da Telecom per metterla davvero a disposizione dei concorrenti e permettere la creazione della nuova rete in fibra ottica. "Non mi faccia dire quello che non penso. Io dico che secondo quanto mi consta il rapporto Caio indica due alternative di politica industriale.La prima è portare in due anni al 99 per cento della popolazione due megabit di banda larga grazie a un concorso tra pubblico, operatori e produttori di infrastrutture".


Quando parla di "pubblico" che cosa intende? E quanti soldi deve mettere? "Per pubblico intendo soprattutto che i comuni devono mettere a disposizione gratuitamente i siti". La seconda alternativa "comporta una mobilitazione di investimenti pari a dieci miliardi di euro e dieci anni di tempo. Mi chiedo: il tempo è una variabile indipendente?".


Scommetto che vuol dire che preferisce la prima alternativa, che non tocca la rete fissa dell'ultimo miglio di Telecom... "Preferisco la prima alternativa per due ragioni in particolare: non fa perdere tempo e costa meno". E fa felice Franco Bernabè, numero uno di Telecom.


A proposito è del tutto accantonata la fusione con Telecom di cui si parlò tempo fa? "Sì, attualmente il conferimento di 3 condurrebbe a un'ipervalutazione di Telecom". Bè non è che il vostro conto economico sia dei migliori. E' vero che dopo aver sborsato a fine 2008 500 milioni di euro il vostro azionista dovrà coprire altre perdite quest'anno? "Il 2009 sarà l'ultimo anno in cui bruceremo cassa, anche se si dimentica che non viene bruciata ma utilizzata per lo più per investimenti".


Pensare che dovevate chiudere già quest'anno il primo bilancio in pareggio, se non in utile... "E' vero. Ma occorre considerare tre fattori. Che i prezzi da tempo sono decrescenti. E che ci sono state due iniziative populistiche". Populistiche? "Comedefinire l'eliminazione dei costi di ricarica voluta dall'ex ministro Bersani? E come definire la strategia del commissario europeo Reding, che abbassando i costi di terminazione non ha fatto altro che far lievitare le tariffe?".
Sul mercato corre voce di uno spezzatino di 3: Vodafone si prende i clienti, Wind la rete e Telecom i debiti per utilizzarli come "bara fiscale" per pagare meno imposte. "Le bare fiscali non sono consentite dall'ordinamento". Non ha risposto: 3 è in vendita o no? "E' in vendita come lo è Telecom, o qualsiasi altra azienda. E' una questione di prezzi. Noi comunque siamo alla fine di un percorso. Dopo sei anni, nel 2010, produrremo cassa e avremo un margine positivo".


E' vero che il suo azionista, Hutchison Wampoa, cerca partner? "E' stato scritto che alcuni player finanziari internazionali, non europei, sono interessati ad affiancare Hutchison". Ma quando sente il suo azionista che sta a Hong Kong che cosa vi dite della crisi? "Ci vediamo mensilmente e ci sentiamo tutti i giorni. In oriente si ritiene che la ripresa possa partire non prima della seconda metà del 2010. Lì si sta puntando, penso più che nei paesi occidentali, sulle innovazioni tecnologiche e sulla produttività, per tornare su un sentiero di sviluppo, non di carta, non virtuale, ma spingendo sull'economiareale".


Tremontiano pure lei? "Il dna del nostro ministro dell'Economia e delle Finanze è un ibrido tra uno dei più fini intellettuali-economisti in Europa e un uomo d'azione e di governo. Ma nel dibattito su interventismo statale e nuove regole necessarie scorgo un rischio: che ci possa essere un totalitarismo statale. Ossia tanto stato e meno regole". Non era la prospettiva del governo italiano, dice Novari: "Silvio Berlusconi ha avuto un mandato chiaro su quattro punti: sicurezza, giustizia, infrastrutture e riforma dello stato".


Il giudizio, per il numero uno di 3, è sospeso: "La sicurezza è il tema su cui il governo ha dato più risposte. Sulla giustizia mi sembra che si è in working progress. Sulle infrastrutture, aspettiamo i fatti dopo tante parole. Sulla riforma dello stato, oltre a riporre le dovute speranze sull'efficacia del ministro Brunetta, non bisognerebbe avere reazioni demagogiche sulle auto blu o sugli assistenti dei parlamentari ma avere il coraggio di mettere mano alla macchina statale per renderla compatibile col bilancio dello stato". Ovvero, un bel dimezzamento degli statali.


IL MANAGER ASSUNTO (DA CAIO) CHE GRAZIE AL FATTORE C SFILò 5 MILIARDI A MISTER LI KA-SHING...Da "Il Foglio"


Vincenzo Novari è nato a Genova nel 1959 e dopo esserne stato il fondatore è oggi l'amministratore delegato di 3 Italia, la compagnia di telefonia mobile con oltre 8,2 milioni di clienti. Dopo la laurea in Economia e commercio all'Università di Genova nel 1985, Novari inizia le esperienze professionali nel largo consumo in aziende come Johnson Wax, L'Oreal e Danone.
Nel 1995 approda al settore delle telecomunicazioni, entrando in Omnitel Pronto Italia come direttore marketing. "Mi ha assunto Francesco Caio", ricorda al Foglio. Un annodopo assume la carica di Vice-President del settore vendite, marketing e logistica ed entra a far parte del comitato esecutivo dell'azienda di telecomunicazioni. Nel 1999 viene nominato amministratore delegato di Omnitel 2000.


La "passione per le nuove sfide" - dice - lo porta, nel febbraio del 2000, a ricoprire la carica di direttore generale in Andala, la società creata da Renato Soru e Franco Bernabè per partecipare alla gara per l'assegnazione della licenza Umts. Nell'ottobre 2000 diventa amministratore delegato di Andala spa, poi ribattezzata H3G nel febbraio 2001. Sotto la sua gestione, nel marzo 2003, H3G Italia è il primo operatore a lanciare i servizi Umts in Europa.


Così Novari racconta a chi glielo chiede come ha fatto a convincere il magnate di Hong Kong Li Ka-Shing di Hutchison Whampoa - "la multinazionale di cui non avete mai sentito parlare", la definì un banchiere vicino a Novari - a farsi dare cinque miliardi di euro e diventare azionista di 3: "La presentazione dell'azienda fila via liscia. Spiego l'insiemedelle ragioni che fanno dell'Italia il posto giusto per sviluppare il 3G. Sono in giornata di grazia, o sono assistito dal fattore C., sta di fatto che il gran capo di Hutchison mi prende sottobraccio e mi fa: we can do it".

[21-05-2009]

Augias che copia? Roba da non credere...

Ma quante frasi si possono scrivere?
1) Augias? Roba da non credere...
2) Credere o non credere ad Augias, questo è il dilemma...
3) Augias: la credibilità del non credere...
4) Augias infedele, i suoi testi pure
5) Augias...ma va va...
Miska Ruggeri per "libero"

Tutto è iniziato quando Flavio Deflorian, professore associato di Scienza e Tecnologia dei Materiali all'Università di Trento, ha letto per piacere personale, uno dopo l'altro a distanza di poco tempo, due libri: il nuovo bestseller Disputa su Dio e dintorni (Mondadori, pp. 270, euro 18,50), scritto a quattro mani dal volto televisivo (non credente) e firma di Repubblica Corrado Augias e dal teologo (credente) dell'Università San Raffaele di Milano Vito Mancuso; e il meno recente (è uscito in Italia nel 2008) saggio La creazione (Adelphi, pp. 198, euro 19) del noto biologo di Harvard Edward Osborne Wilson, specializzato in mirmecologia (lo studio delle formiche). E ha notato che qualcosa non tornava.

Così ha avvertito le due case editrici, contattato la coppia Augias-Mancuso e parlato della sua scoperta a un collega di Università, Giovanni Straffelini, professore associato di Metallurgia. Il quale ha subito inviato una letterina al Foglio di Giuliano Ferrara, fornendo un esempio dello stile copia-e-incolla adottato con disinvoltura dagli autori italiani.

In effetti, la pagina 246 della Disputa, che ospita le conclusioni (quindi un passo fondamentale, che dovrebbe tirare le somme di tutti i ragionamenti e le riflessioni fatte in precedenza, quasi un puro distillato di pensiero) di Augias, è praticamente identica alla pagina 14 dell'edizione italiana della Creazione in cui Wilson scrive in prima persona una "Lettera a un pastore della Chiesa Battista del Sud".

Leggere qui sopra i due brani a confronto per credere. Sembra impossibile, ma Augias, sulle orme del filosofo-copione Umberto Galimberti (a lungo collaboratore anche lui del quotidiano di Ezio Mauro), al centro nella primavera del 2008 di alcuni clamorosi casi di mancata citazione delle fonti ai danni di Giulia Sissa, Alida Cresti, Salvatore Natoli e Guido Zingari, ha copiato l'autore dell'Alabama pari pari. Tranne un punto e virgola al posto di un punto e un altro al posto di una virgola; «terra» scritto minuscolo o «globo» al posto di «Terra»; un verbo cambiato («dobbiamo imporci» invece di «condividiamo»); una citazione di Dante dal canto di Ulisse per far risaltare gli studi liceali fatti in Italia; un più dubitativo «Non credo» al posto di un secco «No»; un fondamentale «Lei e io» al posto di «Io e lei»; un'aggiunta politicamente corretta sulla «libertà dal dolore e dal bisogno»... Insomma, robetta così. Per il resto, un calco preciso. Solo che Wilson si rivolgeva a un pastore battista, mentre Augias a Mancuso. Evidentemente, sfumature ininfluenti per uno scrittore abituato a indagare filologicamente sui testi antichi alla ricerca di bazzecole come il vero Gesù o la vera natura del cristianesimo...

E il bello (si fa per dire) è che la Disputa, al quinto posto generale e al primo della saggistica nella classifica Arianna dei libri più venduti la settimana scorsa, conta in bibliografia ben 90 volumi citati (compreso un imprescindibile articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica...) e ha un nutrito "indice dei nomi", dal biblico Abele al politico democristiano Benigno Zaccagnini. Ma del povero Wilson e del suo bel saggio (di nicchia, almeno rispetto al pubblico televisivo che compra le "Inchieste" mondadoriane del giornalista Augias) nessuna traccia. Desaparecido. Forse una censura nei confronti di uno scienziato, tra l'altro papà della sociobiologia, accusato talvolta di razzismo e misoginia e quindi poco simpatico ai lettori di Repubblica? Macché.

La spiegazione che dà Augias è ancora più inquietante. Semplicemente, ha preso chissà dove nel mare magnum di Internet alcune frasi anonime (quante saranno?) che gli facevano comodo e le ha infilate con nonchalance nel suo libro. Un po' come facevano alcuni poeti antichi per comporre i centoni. Che però, se non altro, richiedevano una certa abilità metrica e si basavano proprio sulla riconoscibilità dei testi (Omero, Virgilio ecc.). Qui la prosa è quella che è; e per smascherare la fonte c'è stato bisogno di un professore di Trento...

Francesco Borgonovo per "Libero"

La risposta che Corrado Augias ci ha dato quando gli abbiamo fatto notare la "strana somiglianza" fra una pagina del suo libro e il brano di Edward O. Wilson è simile a quella inviata per mail al professor Deflorian. Spiega Augias: «Questo libro è nato da un dialogo tra i sostenitori di due tesi contrapposte. Per la mia parte mi sono avvalso oltre che di convincimenti e riflessioni personali, di numerose testimonianze, dalle Confessioni di Agostino a internet, citando la fonte ogni volta che è stato possibile».

Evidentemente, nel caso del saggio di Wilson, non è stato possibile reperire la fonte. Sorge però un dubbio: ci sono altre pagine di Disputa su Dio e dintorni in cui compaiono citazioni prese dal web senza indicare la fonte?

Diversa la risposta che ci ha dato l'altro autore del libro, il teologo Vito Mancuso (il quale non ha firmato il passaggio incriminato), che dice a Libero: «Conosco il libro di Wilson e sono al corrente di quello che è successo. Sono amareggiato, completamente sbalordito. Non capisco come sia potuta accadere una cosa del genere. Spero che Augias lo spiegherà anche perché colpisce il fatto che quel passaggio si trovi nelle conclusioni, dove lui parla in prima persona, dove parla di se stesso.

Non so che cosa dirà Augias, ma il fatto è innegabile: le pagine sono lì sotto gli occhi di tutti. Non c'è possibilità di negare l'evidenza. Sono le stesse parole, con gli stessi verbi, la stessa successione delle frasi. È impressionante. Io però non ho responsabilità. Anzi, se in tutto questo c'è una vittima, sono io».

[21-05-2009]

Fini: dietro gli occhiali niente



Michele Brambilla per Il Giornale


Intervista a Giuliano Ferrara


Tra le tante prime pagine geniali che hanno confezionato al Foglio nella loro giovane ma fecondissima storia, ne hanno scelte due da appendere all'ingresso: la prima è quella del giorno d'apertura dell'ultimo conclave («La formidabile lezione del prof. Ratzinger»); la seconda è quella del giorno successivo: «La formidabile elezione del prof. Ratzinger». Sono quelle due lì, che ti accolgono appena entri in redazione. Giri la testa e sulla parete opposta ne vedi un'altra. Il titolo è «Storie di disordinata fecondazione».


Ti aspetteresti insomma di trovare un Giuliano Ferrara pronto a dire il peggio sulla svolta laicista di Gianfranco Fini. Anche perché non è solo questione di laicismo. Ormai ogni volta che Fini apre bocca, Scalfari applaude. E applaudono MicroMega, Gad Lerner, Furio Colombo e tutto quel milieu politicamente corretto di cui Ferrara denuncia da un pezzo la banalità, l'inerte accodarsi a un pensiero-slogan.


E invece, «la svolta di Fini mi affascina», ci dice Ferrara dalla sua poltrona di direttore-fondatore. Dietro di lui, si vede scorrere il traffico del Lungotevere. È vero che Ferrara ha sempre detto che solo i cretini non cambiano mai idea. Però tra il non cambiare mai idea e il cambiarla su tutto, e in così poco tempo, una via di mezzo ci dovrebbe pur essere. Molti elettori, anzi molti ex elettori di An, dicono che Fini è un traditore.


Invece lei, Ferrara, lo difende?


«Non è che difendo Fini. Anzi, nel merito spesso lo critico. E non ho neanche mai avuto una gran stima di lui come politico. Ma sono molto preso da questa sua nuova avventura, che trovo abbia un lato romantico e uno politologico».


Perché romantico?


«Perché c'è un uomo che si converte, e le conversioni sono sempre interessanti».


Secondo lei Fini è sincero?


«Non lo so, non posso entrare nel suo animo. Ma dal giorno del "fascismo male assoluto" e da quello del tre sì al referendum sulla legge 40 è stato un crescendo. Ormai Fini ha cambiato praticamente tutto di se stesso. La sua assomiglia molto a metanoia».


Veniamo al fatto politologico.


«Anche qui siamo di fronte a qualcosa di singolare. In genere, un leader è forte perché ha alle spalle un gruppo dirigente e un elettorato. Fini aveva i colonnelli, e poteva contare sul consenso del 12 per cento degli italiani. Aveva pure una tradizione - e che tradizione - nel suo bagaglio. Bene, Fini ha scientemente decostruito tutta la sua base. A un certo punto ha detto: io sono solo».


È qualche anno, che si smarca.


«Ma adesso non è solo questione di smarcarsi. Fini sta cercando di diventare leader non più di un partito, ma di una rivoluzione culturale».


È l'uomo che visse due volte?


«Anche più di due volte. O forse, al contrario, è un uomo che cerca finalmente di vivere almeno una volta».


Fino ad ora non ha vissuto di vita propria?


«Beh, insomma, diciamo la verità: nessuno gli ha mai dato molto credito. Come comincia la vera carriera politica di Fini? Quando Berlusconi disse che a Roma avrebbe votato per lui. Ma in quel momento Fini era solo l'oggetto politico. Il soggetto era Berlusconi».


Poi però ha cercato di mettersi in proprio. Via da Silvio, e vai con il sodalizio con Mario Segni.


«E fu un tonfo clamoroso. Fecero una lista che aveva per simbolo un elefante, e io tolsi l'elefantino dalla mia rubrica, sostituendolo con un ippopotamo, proprio per evitare confusioni».


Ma a un certo punto s'è pensato: il delfino di Berlusconi è lui.


«Ridicolo. Non c'era nessuna possibilità».


Sta dicendo che la carriera politica di Fini è stata un flop dietro l'altro? Una vita da mediano?


«L'immagine che aveva Fini era quella di uno che veste Facis e parla bene. Sa che cosa diceva Craxi di lui? È un vuoto incartato: dentro, non c'è il regalo».


Curioso. Nel Fronte della Gioventù lo chiamavano «dietro gli occhiali niente».


«Appunto. Più o meno la stessa cosa».


Adesso, invece, il riscatto?


«Sicuramente adesso sta nascendo un fatto interessante. Fini sta cercando un ruolo da protagonista».


Il suo amico Buttafuoco dice che Fini ha gettato via tutto, del passato. E non si può gettare via tutto.


«È vero, Pietrangelo lo vede come un voltagabbana. Lo capisco. Fini ha buttato via tutta una tradizione che non era certo banale, perché il fascismo sarà stato un orrore ma non era un patrimonio insignificante. Però sono anche passati sessant'anni, era ora di cercare qualcosa di nuovo».


Ma che cosa c'è di nuovo in quello che dice Fini? Sempre Buttafuoco dice che ha solo copiato il politically correct della sinistra.


«È vero anche questo. Per ora, di nuovo Fini non dice nulla. Ha preso lo schema Bobbio-Zagrebelsky e lo ha fatto suo».


I finiani dicono: anche Sarkozy ha innovato la destra.


«Ma è una storia diversa. Sarkozy ha fatto qualche piccola rottura, tuttavia rappresenta sempre il gollismo che si fa strada nel segno dell'autorità. Voglio dire: Sarkò rimane di destra, ha un impianto culturale che gli consente qualche concessione al politically correct pur restando nella tradizione della destra francese. Che è una destra antifascista. Questo Fini non se lo può permettere. Lui viene da una destra che era fascista. Ecco perché deve rompere completamente con il proprio passato».


Ma scusi: ma che cosa c'entrano le battaglie per la fecondazione assistita o per le coppie gay con la rottura con il fascismo?


«Niente. Però Fini non è stupido, sa che il Paese è in gran parte secolarizzato, e che la Chiesa stessa su certi temi è divisa. Se fai il laicista prendi certamente più voti di quanti ne ho presi io con la lista contro l'aborto. Con le sue nuove posizioni sulla bioetica, Fini conquista consensi e diventa una voce credibile per i lettori di Repubblica».


Una battaglia dagli scopi personali?


«È un dubbio che non mi faccio neanche venire. Da Machiavelli in poi, s'è sempre saputo che c'è una coincidenza di interessi pubblici e di egotismi. Il buon politico non è quello che rinuncia a se stesso».


Secondo lei questa volta Fini ce la fa, a diventare un numero uno?


«Non so. Dovessi fare una diagnosi, direi che per adesso il progetto non si è ancora depositato. Galleggia. Però, sa, l'Italia è un Paese strano, in un certo senso è tutta di sinistra, e Fini sta toccando corde che alla sinistra piacciono».


L'Italia tutta di sinistra? Questa è nuova.


«Non mi fraintenda. Mi rendo conto che è difficile da spiegare, però c'è tutto un modo di essere che, insomma, è di sinistra. Maroni è il ministro che caccia i clandestini, ma è uno che suona con la band; Bossi fa il nordista, ma lo fa mettendosi il fazzoletto al collo come i partigiani. E la diocesi di Milano? È la più grande del mondo, e ha una cultura solidarista, di sinistra in fondo. E Tremonti? Tremonti è uno di sinistra, dai!».


Vediamo se riesco a capire. Sta dicendo che, al fondo, la cultura italiana è di sinistra, e Fini sta puntando a ottenere i consensi della cultura?


«Dico che la destra è un concetto abbastanza estraneo alla cultura italiana. E non si può escludere che un giorno Fini possa apparire come un modernizzatore a un bacino elettorale che oggi ancora lo rifiuta».


Fini prossimo leader della sinistra?


«Questo no, è impossibile. Però può darsi che fra quattro anni Fini sappia trovare i toni giusti, i tratti giusti per piacere a un certo elettorato. Potremmo trovarci di fronte a un cambiamento che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare».


Anche lei, Ferrara, è un «convertito», intendo dire in politica. È per questo che la conversione di Fini la affascina?


«Non lo nascondo. Le storie degli ex mi piacciono anche perché sono io pure un ex. Fini ha mollato un gruppo per diventare un oratore solitario. E, improvvisamente, si è trovato a contare più di prima. Per adesso, solo dal punto di vista psicologico e mediatico. Poi, quale sarà il suo destino, questo non lo sappiamo».

[20-05-2009]

martedì 12 maggio 2009

Ricolfi e la sinistra che respinge gli italiani, non i clandestini



Luca Ricolfi per La Stampa


Respingimento. Su questa parola altamente evocativa gli animi si stanno dividendo. Da una parte il ministro dell'Interno Maroni e la Lega, orgogliosi che l'Italia sia riuscita - per la prima volta - a impedire a diverse imbarcazioni cariche di migranti di raggiungere illegalmente le nostre coste. Dall'altra la Chiesa, le organizzazioni umanitarie e ieri anche il Consiglio d'Europa.


Preoccupati che fra i migranti vi possano essere persone che, una volta sbarcate in Italia, avrebbero chiesto e ottenuto asilo politico. In mezzo, su posizioni leggermente meno estreme, si collocano i nostri due maggiori partiti, il Popolo della libertà e il Partito democratico, il primo tentato di inseguire la Lega (nonostante i distinguo di Fini), il secondo tentato di inseguire la Chiesa (nonostante i distinguo di Fassino).


Che i partiti di governo, nonostante qualche timido mugugno, plaudano all'azione del ministro dell'Interno è del tutto naturale. La sicurezza è uno dei punti chiave del programma del centro-destra, e sarebbe strano che il «respingimento» dei barconi nei porti di partenza non fosse salutato con un sospiro di sollievo.


Quel che a me pare invece meno scontato è l'accanimento con cui il Pd e il suo neosegretario da tempo combattono qualsiasi idea venga partorita dal ministro Maroni. Non solo non mi pare né ovvio né normale, ma mi pare estremamente interessante, per non dire rivelatorio. L'ostinazione con cui la sinistra respinge al mittente qualsiasi proposta concreta in materia di sicurezza, senza essere minimamente sfiorata dal dubbio di aver torto, ci fornisce una preziosa radiografia dei suoi mali.


L'astrattezza, prima di tutto. Astrattezza vuol dire non voler vedere la dimensione pratica, concreta, materiale di un problema. Se non fossero ammalati di astrattezza i dirigenti del Pd capirebbero che il problema dell'Italia è che attira criminalità e manodopera clandestina più degli altri Paesi perché non è in grado di far rispettare le sue leggi, e che l'unico modo di scoraggiare l'immigrazione irregolare è di convincere chi desidera entrare in Italia che può farlo solo attraverso le vie legali.


A questo serve il «respingimento», ma a questo serviva anche la norma che prolunga da 2 a 6 mesi la permanenza nei centri di raccolta degli immigrati (i vecchi Cpt, ora ridenominati Cie), una norma necessaria ma ottusamente combattuta dall'opposizione. Senza il respingimento (in mare) i trafficanti di immigrati continuerebbero a scaricarli sulle nostre coste, senza il prolungamento dei tempi di permanenza (nei Cie) l'identificazione sarebbe perlopiù impossibile, e continuerebbe la prassi attuale, per cui il clandestino viene trattenuto qualche settimana e poi rimesso in circolazione senza possibilità di riaccompagnarlo in patria.


Io capisco che si possano avere seri dubbi sulle cosiddette ronde, o sui medici-spia (denuncia dei malati clandestini) o sui presidi-spia (denuncia dei genitori clandestini di bambini accolti nelle nostre scuole), e io stesso ne ho molti. Ma non capisco il rifiuto pregiudiziale di provvedimenti di puro buon senso, la cui unica funzione è di ristabilire quello che tutti i governi degli ultimi vent'anni avevano sbriciolato, ossia un minimo di deterrenza. Tra l'altro questo è uno dei pochi punti fermi degli studi sulla lotta al crimine: minacciare pene più severe serve pochissimo, quel che serve è rendere credibile la minaccia.




Ma non c'è solo astrattezza, c'è anche molta presunzione, per non dire molto snobismo. Lo sa il segretario del Pd che la maggior parte degli italiani approva l'azione del ministro Maroni?Sì, probabilmente lo sa, ma si racconta la solita fiaba autoconsolatoria. Gli italiani non sono quelli di una volta, Berlusconi li ha rovinati, la Lega li ha incattiviti, noi politici illuminati non possiamo farci guidare dai sondaggi, noi dobbiamo riforgiare le coscienze, corrotte e intorpidite da vent'anni di berlusconismo.


E' la solita storia: «alla sinistra non piacciono gli italiani», come scrisse fulmineamente Giovanni Belardelli quindici anni fa, allorché la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto, sconfitta e umiliata, non si capacitava che un rozzo imprenditore lombardo avesse potuto sconfiggere una classe politica colta e raffinata qual era quella del vecchio Pci.


E qui si arriva all'ultimo e più grave male della sinistra, la sua distanza dai problemi delle persone normali, specie se di modeste origini o di modesta cultura. Quando si parla di criminalità, di sicurezza, di immigrazione clandestina, nella gente c'è certamente anche molto cattivismo gratuito, molta insofferenza, molta intolleranza. Ma una forza politica dovrebbe sapere che i cattivi sentimenti non vengono dal nulla, e quelli buoni hanno talora origini imbarazzanti.


L'insofferenza verso gli immigrati è più forte nei ceti popolari perché è nei quartieri degradati che la sicurezza è un problema grave; ed è innanzitutto per chi non ha grandi risorse economiche che la concorrenza degli stranieri per il posto di lavoro e per servizi pubblici può diventare un problema serio.


L'apertura verso gli stranieri, il sentimento di solidarietà, l'attitudine a tutti accogliere albergano invece in quelli che lo storico inglese Paul Ginsborg ha battezzato i «ceti medi riflessivi», e raggiungono l'apice fra gli intellettuali, dove - soddisfatti i bisogni primari - ci si può dedicare all'arredamento della propria anima: chi ha un lavoro gratificante e un buon reddito, chi può permettersi di vivere nei quartieri migliori di una città, chi non deve combattere per un posto all'asilo o per una prenotazione in ospedale, può coltivare più facilmente un sentimento di apertura.


Insomma, l'insofferenza degli uni è spesso frutto dell'emarginazione, il solidarismo degli altri è spesso frutto del privilegio. Possibile che la sinistra, che pure continua a dire di voler rappresentare gli umili, non riesca a rendersi conto del paradosso? Ma forse in questi giorni assistiamo anche, lentamente, quasi impercettibilmente, a uno smottamento. Nel Pd qualche timida voce di concretezza e di pragmatismo si è pur fatta sentire: prima Fassino, poi Parisi, poi Rutelli. Speriamo che non siano rapidamente sopraffatti dalla forza del passato, dai tanti luoghi comuni che essi stessi hanno alimentato e che ora frenano il cambiamento.

[12-05-2009]

Ornaghi: l’Europa cristiana è la vera novità politica e culturale


Intervistato da Il Sussidiario.it, il Prof. Ornaghi sottolinea lo spirito con cui afrontare le prossime elezioni europee.




Una sfida politica e una grande partitica culturale: l’appuntamento delle elezioni europee contiene grandi spunti e profonde occasioni di riflessione. Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica e professore di Scienza politica, al tema dell’integrazione politico-istituzionale dell’Europa e al dibattito culturale intorno alla stesura della Costituzione europea ha dedicato molta parte della propria riflessione teorica...continua

Braggiotti fa acquisti tra i banchieri


Carlo Filippo Brignone nominato responsabile della sede piemontese Banca Leonardo prosegue la propria strategia di crescita nell’attività di wealth management con il rafforzamento della struttura di Torino e l’ingresso di Carlo Filippo Brignone. Brignone, 52 anni, torinese, ha una lunga esperienza nell’attività bancaria maturata ricoprendo ruoli professionali e manageriali in Banca Brignone e più recentemente in Gruppo UniCredit.


L’ingresso e l’incarico affidato a Carlo Filippo Brignone consentiranno di ampliare ulteriormente l’offerta del Gruppo Banca Leonardo che può già contare su una gamma completa di prodotti e servizi anche per le imprese, tra cui il wealth management, il financial advisory ed i servizi fiduciari di G.B.L. Fiduciaria. Oltre a Brignone, la presenza su Torino si è recentemente rafforzata grazie all’ingresso dei torinesi Gian Domenico Verdun di Cantogno, divenuto Vicepresidente di GBL Fiduciaria e per molti anni Direttore Generale della Banca Brignone, e di Massimo Perazzo, 53 anni, nominato da poco coordinatore delle attività di private banking per Torino e Roma.


Al 31 dicembre 2008 Banca Leonardo gestiva nell’area del wealth management asset per 6,5 miliardi nell’ambito della sola clientela privata, in crescita grazie anche agli ottimi risultati raggiunti da Leonardo SGR in attivo su tutti i comparti (fondi aperti, Gpf, Gpm retail, che solo in Italia hanno visto apporti per 257 milioni di euro nel quarto trimestre 2008 – Dato Assogestioni).

venerdì 8 maggio 2009

Piroso, futuro uomo Mediaset, divaga su Dago



Antonello Piroso per "Il Riformista"

Chi dice Dago dice danno. E questo dice tutto. Perché il mio lavoro è tutto "d'ago" e filo, un taglia-e-cuci come neanche il miglior chirurgo estetico con la peggio matrona romana. Aggiungo subito che non penso a Mariasaura Angiolillo, sennò la prossima volta che vado con il banchetto sotto casa sua a promuovere un libro, mi fa fare i gavettoni (di champagne) dai pakistani di servizio.
Mi si può incrociare in rare occasioni ai vernissage di giovani artisti, tipo quelli che rovesciano il chili con carne su una tela e poi dicono che è un'installazione che esprime il disagio della società contemporanea. Il resto del tempo lo passo nell'eremo di Camaldoli, e da lì assisto con atteggiamento zen alla fine del mondo, tra Pd, Pdl e il mio Pc.
Sono nato lookologo - infatti di solito sono abbigliato in modo minimalista, un incrocio tra un semaforo e un'insegna luminosa di Times Square - a "Quelli della Notte" con Renzo Arbore nell'85, ma già poco tempo dopo anticipai la caduta del Muro di Berlino (che precedette quella del Muro di Bettino, tirato giù a testate da Tonino "scarpe grosse e cervello fino", fino a dove non si sa perché spesso il Nostro fa il wrestling con la lingua italiana).

Scrissi infatti un agile volumetto dal titolo: "Come vivere, e bene, senza i comunisti". Aho', incredibile a dirsi, si è avverato tutto: i "rossi" sono scomparsi dal Parlamento e non se ne sente la mancanza, se non alle feste in cui comparivano i Bertynights, scortati dal badante Mario D'Urso. Certo, c'è l'associazione Red di Baffino di Ferro, ma più che altro è un'evocazione cromatica, un apostrofo colorato tra le parole da skipper "M'avete cazzato la randa!".

Il riferimento alla passione nautica del lìder Maximo mi consente di spiegare il perché io sia arrivato a mettere in piedi il sito più cliccato d'Italia. Avvenne nel 2000, quando scrissi sull'Espresso che Patrizio Bertelli, vincitore della Louis Vuitton Cup con Luna Rossa e quindi finalista in Coppa America, dopo una visita dell'Avvocato perse tutte le gare. Mi chiesi: «Non sarà che Agnelli porta sfiga?». Se avessi scritto "gufare" non sarebbe accaduto nulla. Ma "porta sfiga" non me lo perdonarono. E si ritorse contro di me, perché mi chiusero la rubrica (l'editore era il Principe Caracciolo, cognato di Gianni). Fu allora che nostra Palomba dei miracoli, Barbarella, mi diede un consiglio: ma perché non apri un sito e scrivi un po' quello che ti pare? E luce fu.

Il gusto per il gossip, in realtà, l'ho avuto fin da quando con Arbore scrivemmo nell'86 "Il peggio di Novella". Ovvero, l'antesignano del "Cafonal" 2008, un campionario di donne sfigurate dal botox e da uomini con tragedie tricologiche in testa, che nemmeno il Cavaliere del Cialis ha mai conosciuto, immortalati per i posteri da Umberto Pizzi (& Fichi), che ne ha viste davvero di cotte e di crude, e che a differenza di me ha un cuore, tanto da essersi tenuto nel cassetto la foto a distanza ravvicinata della figlia di un noto imprenditore mentre si fa, in tutto relax, un bel "cannone di Navarrone". Ebbene, ne "Il peggio" demmo il meglio di noi.

Nel glossario scrivemmo che all'espressione del settimanale «Leggero cambiamento di fisionomia» corrispondeva «un'autentica metamorfosi dovuta a malaccorti discepoli di Pitanguy con cambiamento o spostamento del naso, asportazioni di lobi, esportazioni di labbra, stiramento del retro guancia, tiraggio delle occhiaie, affetta tura del girocollo, parziale sottrazione del doppio, triplo e quadruplo mento». Dopo la pubblicazione fummo aggrediti da una damazza che pensava ci fossimo riferiti a lei. Renzo la fissò e poi, con il suo fare sornione da vero gentiluomo del Sud, rispose educatamente: «Signora, se avessimo pensato alla sua persona, avremmo scritto più brevemente che lei è così racchia che ha le borse sopra gli occhi».

La nobildonna fu colpita da improvvisa paresi, rimase a bocca aperta e si dissolse sbavando. Spiegammo anche che se Novella 2000 scriveva «i due sono legati da affettuosa amicizia», sottintendeva: «Trattasi di due noti amanti bigami che fornicano furiosamente da mesi con piena soddisfazione di entrambi», e così via, irridendo intellettuali, artisti, industriali e starlettine varie.
In fondo, Dagospia nasce da lì e da altre mie intuizioni, come il libro "Chi è, chi non è, chi si crede di essere: il vizionario dei nomi famosi", che per me segna la fine ideale dei memorabili, ingiustamente vituperati anni Ottanta. Il decennio successivo si aprì con la storica rissa chez Ferrara: fui chiamato a commentare il fenomeno del vecchio Sgarbone. Lui, il "vate a perdere", insofferente alle mie critiche - ora lo posso dire: da vero rompicoglioni - mi tirò dell'acqua minerale, e io gli mollai uno schiaffo, sotto lo sguardo ghignante di Corrado Guzzanti che, su un trespolo, era truccato come il "pallore gonfiato".


Maddalena Letta con Pizzi&Dago - Copyright Pizzi


Il successo di oggi ha dunque radici antiche, e si basa soprattutto sulla fortuna di soprannomi e giochi di parole che sforno a getto continuo: "Etere e catetere", "Piero Grissino", "Roma Godona", "Luchino di Montiparioli" (serve identikit?), "l'Affeffato Tronchetto della felicità" (idem), "Scarpe diem" (Dieguito Della Valle), "Kit Cat" (Flavio Cattaneo), "Flebuccio De Bortoli", "Lap-o Dance" (facile), "Stappa il Prodino", "Pierfurby Casini", "Daniela Santa-de-che", "Cossiga sulla biga", "Panciera gialla" (Arbore e Boncompagni), "Giovanna d'orco" (Irene Pivetti), "Ponzio Pelato" (Paolo Mieli), "Il pelo nell'ovvio" (Francesco Alberoni), "Walter-loo", "Il pio Bondi" o "Don ab-bondi", "Su-Dario", "Sado-Masi" (il nuovo dg della Rai), "Mao-Tre-Mont", "Berluscolinensinainciusol" (all rait) e, naturalmente, "Roberto Disgustino".


(estratto dall'articolo che Roberto D'Agostino ha scritto per il domenicale del Sole24Ore)

[08-05-2009]