venerdì 18 settembre 2009

Feltri si prende il Giornale?


Sabina Rodi per "Italia Oggi"


La fonte non vuol comparire ma è attendibilissima, essendo la stessa che, a suo tempo, confidò a ItaliaOggi (che per prima pubblicò la notizia) che Vittorio Feltri stava andando a ri-dirigere il Giornale.



La notizia è questa: Paolo Berlusconi (in ciò spinto soprattutto da Silvio) sta meditando di cedere la testata il Giornale. E il più favorito ad acquisirla, con altri soci di minoranza eventualmente da lui scelti, è l'attuale direttore Vittorio Feltri.


Contrariamente a ciò che pensa la sinistra (e anche gli ammaccati dagli articoli di Feltri che stanno nel centro destra) Feltri fu chiamato dalla famiglia Berlusconi a ri-dirigere il Giornale, non per dargli in mano uno strumento giornalistico al fine di ridurre al silenzio l'artiglieria di la Repubblica, ma per risolvere, con un drastico aumento della tiratura, il profondo deficit del Giornale che, oltre che essere un deficit cronico, è anche in vertiginoso aumento e perciò ha anche raggiunto livelli che non vuol più sopportare la proprietà (che poi, in un modo o nell'altro, è la stessa che, per fare cassa, si è liberata addirittura di Kakà).




Ma per aumentare la tiratura, Feltri non può che alzare il tono e non limitarsi a camminare sulle uova. Da qui, ad esempio, l'attacco a freddo del direttore di Avvenire, Dino Boffo, che ha portato all'esaurito in edicola delle copie del Giornale, che pure erano state aumentate fino al raddoppio.


Ma la fortuna di Feltri presso i suoi lettori ha subito portato grosse grane a Silvio Berlusconi (si è parlato di fuoco amico). E le grane non sono state con la sinistra, ma addirittura con la Conferenza episcopale italiana (Cei) e con il Vaticano. Berlusconi ha cercato di uscire subito, come poteva, dall'empasse, dichiarando esplicitamente che non condivideva la campagna di Feltri contro il direttore di Avvenire (ma ci ha creduto nessuno) e che, in ogni caso, il Giornale appartiene a suo fratello Paolo (e a questa sua ulteriore precisazione, vera o falsa che essa sia, ci ha creduto meno di nessuno).


Cicatrizzata alla meno peggio la rottura con la Chiesa, Feltri ha cominciato subito a sparare, senza nessuna prudenza, contro Gianfranco Fini. Anche qui, non creduta (perché non credibile?), è subito arrivata la dissociazione di Silvio Berlusconi. Fini però ha ugualmente alzato la voce contro il Giornale.


E Feltri allora ha mostrato, da sotto le lenzuola, un accenno a luci rosse che, secondo Feltri, potrebbe interessare l'ex cupola di An (questo malcostume inventato da la Repubblica, che a lungo ne ha avuto il copyright, sta infatti dilagando. Anche se, forse, per uscire dal letamaio giornalistico, bisognava toccare il fondo per poi poter esibire, anziché l'equilibrio del terrore, che ha funzionato benissimo ai tempi della guerra fredda, l'equilibrio delle mutande che ora potrebbe funzionare anch'esso nelle redazioni italiane).


Sta di fatto che questi episodi dimostrano che Feltri non è manovrabile. E' come quei pitt bull che, essendo stati addestrati a mordere, poi fanno fuori anche la figlia del proprietario che pure lo giudicava "tanto buono, il mio cucciolone" e soprattutto inoffensivo. Né, realisticamente, allo stato dei fatti, Feltri è licenziabile.


Quindi, Berlusconi, non potendo tollerare (anche se gli piacerebbe tollerare) che l'agenda politica la stabilisca Feltri (perché egli sta dirigendo un giornale di casa Berlusconi), per uscire dall'empasse, per lui insostenibile politicamente, deve trovare una soluzione. Che potrebbe essere quella della cessione del Giornale e a Feltri. In tal modo, Feltri potrebbe fare quel che vuole senza per questo coinvolgere il premier, pur continuando ad avere un occhio di riguardo per il premier.


Ecco perché l'operazione è stata politicamente approvata ma, economicamente, presenta molti problemi. Feltri infatti, per mettere le mani, da proprietario, in un Giornale in cronica perdita, non solo lo vuole gratis ma vuole anche una sostanziosa e pluriennale dote del tipo di quella che, in Francia, è stata data recentemente all'editore che ha comprato (sia fa per dire) il quotidiano economico La Tribune da LVMH che se ne voleva disfare perché non riusciva a portarlo in attivo ed aveva nel frattempo acquistato il quotidiano economico concorrente Les Echos.

mercoledì 16 settembre 2009

Il Primo Pansa su Libero


"LA LIBERTÀ DI STAMPA CHE PIACE A D'ALEMA È QUELLA DI POL POT"


Giampaolo Pansa per "Libero"

«I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola». Chi ha sentenziato così? Il maledetto Caimano, ossia Silvio Berlusconi? Macché, è stato il democratico Massimo D'Alema. Max ha anticipato tutte le ire del Cavaliere nei confronti della carta stampata. Con assonanze sorprendenti. Compresa la strategia di darci dentro con le cause civili e le richieste astronomiche di danni.


La prima scena risale al 31 ottobre 1992. Aeroporto di Lecce. Incontro D'Alema che aspetta il volo per Roma. È mattina presto, ma lui già schiuma di rabbia contro una masnada di pessimi soggetti. I giudici di Mani Pulite. Gli editori. I giornali e i giornalisti. Primo fra tutti, Eugenio Scalfari, direttore di "Repubblica". Ringhia: «Scalfari ha leccato i piedi ai democristiani che stavano a Palazzo Chigi, da Andreotti a De Mita. E adesso fa il capo dell'antipartitocrazia».


Quarantotto ore dopo, intervistato dal "Giorno", Max si scaglia di nuovo contro "Repubblica": «Che cosa si vuol fare? Cacciare deputati e senatori, per lasciare tutto in mano a Scalfari?». Un vero figuro, Barbapapà. Anche perché è in combutta «con quell'analfabeta di andata e ritorno che si chiama Ernesto Galli della Loggia». "Repubblica" prova ad ammansire D'Alema. Però il 13 novembre lui replica: «Ormai i giornali sono un problema in Italia, esattamente come la corruzione».




La rabbia dalemista ha un motivo: siamo in piena Tangentopoli e la stampa dà spago al pool di Mani Pulite. In un'intervista a "Prima Comunicazione" che in seguito citerò, Max dirà parole di fuoco sui giornali: «Si sono comportati in modo fazioso, scarsamente rispettoso dei diritti delle persone.


Hanno alimentato una circolazione impropria di segreti giudiziari e il narcisismo della magistratura. La loro responsabilità morale è stata enorme: verbali, pezzi di verbali, notizie riservate sono diventati oggetto di uno sfrontato mercato delle informazioni. Uno spettacolo di iattanza indecente. Ha ragione la destra quando dice che c'è un circuito mediatico-giudiziario che ha distrutto delle persone».


Il 13 aprile 1993, la rabbia di Max sembra al culmine. Dice: «In questo Paese non sarà mai possibile fare qualcosa finchè ci sarà di mezzo la stampa. La prima cosa da fare quando nascerà la Seconda Repubblica sarà una bella epurazione dei giornalisti in stile polpottiano». Ossia nello stile del comunista Pol Pot, capo dei khmer rossi, il sanguinario dittatore della Cambogia.


Ma la nuova Repubblica nasce sotto un segno che a Max non piace: la vittoria di Berlusconi nel marzo 1994. Achille Occhetto si dimette da segretario del Pds e a Botteghe Oscure s'insedia D'Alema. Per qualche mese, il nuovo incarico lo obbliga a un minimo di cautela. Ma la sua avversione per i giornali non è per niente svanita.


Nel giugno 1995, intervistato da Antonio Padellaro per "L'Espresso", riprende a ringhiare contro «l'uso spesso selvaggio dell'indiscrezione giudiziaria». E conclude che le cronache su Tangentopoli hanno «consumato quel poco di rispetto per lo stato di diritto e di cultura liberale esistente da noi. Il danno prodotto è stato enorme. Provo fastidio per il comportamento dei giornalisti: non aiuta di certo l'immagine dell'Italia».


Il 1995 sarà un anno terribile per D'Alema e per Veltroni, direttore dell'"Unità". Però Max non presagisce nulla. Il suo giornalista preferito è un televisionista: Maurizio Costanzo. In luglio, la Botteghe Oscure incaricano Costanzo di "stilare le nuove regole" dell'informazione. E D'Alema lo vuole accanto a sé nella Festa nazionale dell'Unità a Reggio Emilia. Insieme presentano il primo libro di Max, "Un paese normale", stampato dalla Mondadori di Berlusconi.


La tempesta scoppia alla fine di agosto. È lo scandalo di Affittopoli, sulle case di enti pubblici ottenute dai politici a equo canone. Più saggio di Veltroni che strilla, ma resta dov'è, D'Alema trasloca. E sceglie la trasmissione di Costanzo per annunciare il passaggio in un altro appartamento.


Ma il suo disprezzo per la carta stampata resta intatto. Arrivando a coinvolgere politici incolpevoli. In quell'autunno dice di me: «Pansa si fa leggere sempre, ma ha un difetto: non capisce un cazzo di politica. C'è uno solo in Italia che ne capisce meno di lui: Romano Prodi».


Nel dicembre 1995, Max affida a "Prima comunicazione" il suo lungo editto contro i giornali. Intervistato da Lucia Annunziata, spiega di sentirsi una vittima: «Due giornalisti mi tengono e il terzo mi mena». «Il livello di faziosità e di mancanza di professionalità è impressionante». «Non esiste l'indipendenza dell'informazione: i giornali non sono un contropotere, ma un pezzo del potere. E come tali sono inattendibili». «Il loro compito è la destrutturazione qualunquista della democrazia politica». «Gli editori si contendono a suon di milioni i giornalisti più canaglia».


Al termine del colloquio con l'Annunziata, prima dell'invito a non acquistare i giornali, D'Alema annuncia come si comporterà in futuro: «Se dovrò dire qualcosa di importante, lo dirò alla gente, non ai giornali. Andrò alla televisione. Mi metto davanti a una telecamera con la mia faccia, con le parole che decido di dire, senza passare per nessun mediatore. Se parli con la stampa, sei sicuro di perderci».


Per coerenza, il 5 aprile 1996, alla vigilia delle elezioni politiche, D'Alema va in visita ufficiale a Mediaset. Accanto a Fedele Confalonieri, dice: questa azienda «è una risorsa del Paese». E rassicura i dipendenti: «Se vincerà l'Ulivo, non dovrete temere nulla. Mediaset è un patrimonio di tutta l'Italia!».


L'Ulivo vince. Max spiega a Carlo De Benedetti: «Hai visto? Abbiamo vinto nonostante i tuoi giornali!». Ma D'Alema si sente prigioniero del Bottegone. Vorrebbe stare lui al governo. Prodi e Veltroni non gli piacciono. Sono «i due flaccidi imbroglioni di Palazzo Chigi». Poi la sua ostilità torna verso la stampa. In luglio tuona contro «il giornalismo spazzatura». E alla fine del mese, alla Festa dell'Unità di Gallipoli spiega: «Ormai c'è qualcosa di più che il normale pettegolezzo giornalistico, tendente ad alterare la verità. Ci sono lobby, interessi, gruppi che pensano spetti a loro dirigere la sinistra italiana».


Il 2 agosto, durante la bagarre parlamentare sul finanziamento pubblico ai partiti, D'Alema ringhia ai cronisti: «Scrivete pure quello che vi pare, tanto i giornali non li legge nessuno. E anche voi contate poco: prima o poi vi licenzieranno». A imbufalirlo è sempre il ricordo di Affittopoli e quel che ritiene di aver subito dalla carta stampata: «Giornalismo barbarico, cultura della violenza, squadrismo a mezzo stampa».


Perché Max si comporta così? In un'intervista citata dal "Foglio", Veltroni prova a spiegarlo: «Io sono gentile con i giornalisti. Dovrei fare come D'Alema che li chiama somari per ottenere la loro supina benevolenza». Ma forse esiste un problema nascosto: una forma inconsapevole di autolesionismo che spinge Max a cercarsi sempre dei nemici.


Basta processi penaliMeglio "ricchi risarcimenti"


Una sera del novembre 1996, dice a Claudio Rinaldi, direttore dell' "Espresso": «Fate una campagna sguaiata contro di me. Vi mancano solo Michele Serra e Curzio Maltese, poi sarete al completo. L'unica critica fondata che potreste farmi è di aver messo Prodi a Palazzo Chigi». Quindi spara su Berlusconi: «Mi sta sul cazzo come tutti i settentrionali. È un coglione ottuso. La sua stagione è finita».


Il 1997 si apre con la causa civile che Max intenta all'"Espresso". Per aver rivelato la piantina della sua nuova casa, ci chiede un miliardo di lire. Non lo frena neppure l'onore di presiedere la Bicamerale. Il 5 maggio scandisce a Montecitorio un anatema globale: «L'ho detto una volta per tutte, con validità erga omnes, con valore perpetuo: quello che scrivono i giornali è sempre falso».


Alla fine di novembre si scatena contro l'Ordine dei giornalisti. Bisogna abolirlo, dice Max, visto che non garantisce la correttezza professionale. Poi nel gennaio 1998 annuncia di aver scovato l'arma finale per sistemare la carta stampata. È di una semplicità elementare: niente più processi penali ai giornalisti, bisogna instaurare «un sistema che consenta una rapida ed efficace tutela in sede civile e che preveda consistenti risarcimenti patrimoniali».


Detto fatto, ecco in data 10 febbraio 1998 la causa civile di Max al "Corriere della sera" per quanto ha scritto «su un fantomatico piano D'Alema per il sindacato». Richiesta: due miliardi di lire. La sinistra non va in piazza a protestare. Eppure Max pretende dal «convenuto Ferruccio de Bortoli» anche il giuramento decisorio. Vale a dire che deve giurare di aver scritto la verità a proposito delle intimidazioni dalemiane sugli azionisti di via Solferino.


Quale sorte ebbe questa causa? Confesso di non ricordarlo. Ma che importanza ha scoprirlo? D'Alema aveva tracciato un solco che, anni dopo, anche l'odiato Cavaliere avrebbe seguito.

lunedì 7 settembre 2009

Ferrara su Fazio e Santoro


Giuliano Ferrara per "Il Foglio"


Non è tutto uguale quel che luccica in tv. Aldo Grasso, con le migliori intenzioni, scongiura le autorità (ormai conviene chiamare così il complesso politico-televisivo) di non mettere i bastoni tra le ruote a Michele Santoro, a Milena Gabanelli, a Fabio Fazio più la Littizzetto eccetera. Ma si tratta di cose diverse. Fazio è il naturale, spontaneo, aggraziato ideologo di quanto di melassoso, prevedibile, scontato e spuntato produce la cultura di sinistra in Italia e nel mondo.Gabanelli
Va incontro in modo furbo e a suo modo delicato ai pregiudizi del cittadino democratico, li conferma con qualche furbizia salottiera ricalcando letteralmente la lingua amabile, adulatrice, corriva di un Michele Serra. La sua buona televisione è un cono gelato di sentimenti nobili, e tutti, tra cui non pochi ignobili, lo leccano avidamente durante lo struscio serale del sabato e della domenica.


Formerà generazioni di menti acritiche, piacioni e groupies senz'ombra di ironia, ma non è la fine del mondo. Il tipo alla fine è sorridente, e per questo gli si possono perdonare le pose civili, pacifiste, compassionevoli. E poi c'è la Littizzetto, che è stronza mica male, ma eccezionalmente brava.


La Gabanelli fa arrabbiare tutti: giornali, partiti, banche, enti economici maggiori, sindaci, ministri, industrie, apparati. E' indelicata, intrattabile con stile, indaga, manda in giro i migliori su piazza, ottiene dati, li verifica con attenzione spasmodica, alla fine può capitare, e non di rado, che parta in crociata per le solite idealità di contropotere, senza comprensione per l'ambiguità della politica e dell'economia capitalistica, ma è una che lavora all'americana, con scrupolo, efficacia, sobrietà.




Non pretende di dirigere le coscienze, non suscita l'applauso di uno studio o di una piazza di perfetti imbecilli, di persone-manifesto costruite come un pubblico orwelliano, a comando.
Ed eccoci a Santoro. E' un tragidiaturi furbastro operativo da anni e sempre nutrito dall'aura di censura che lucida il suo immenso Ego, ambisce a formare e dirigere le coscienze, si comporta da capataz del villaggio provinciale con ambizioni globali, promuove a derrate futuri candidati alle elezioni scelti tra i magistrati della Repubblica in servizio militante, avvelena la discussione sulla giustizia, sulla politica, sul potere del governo e dell'opposizione, fa della demagogia sfrenata, sceneggia, fictioneggia, fotomonta in sequenza una falsa storia e tragedia italiana, allude, illude e si arruffiana spesso i più gonzi tra i suoi nemici ideologici nella logica di Cappuccetto Rosso, inteso come nonna: per mangiarti meglio, figlio mio. Il suo uso di Travaglio è semplicissimo: un manganello.


La sua lingua è povera, ossessiva, politicante. Non conosce autoironia né ironia, solo sarcasmi e ribellismi piuttosto plebei. Con tutto questo, e anzi a causa di tutto questo, è efficace e ha un colossale successo, somma aggravante per una tv che dovrebbe rendere un servizio pubblico e non uno spettacolo militante.


Insomma, bisogna distinguere. Non mi sembra una grande idea quella di affiancare Travaglio con un avvocato difensore. La buona idea sarebbe di affiancare Santoro con un professionista serio dell'informazione che lo raffreddi e lo corregga nel senso della vigilanza intellettuale, della cultura e delle buone maniere. Destituendolo come Conduttore Unico delle Coscienze e salvandolo, se si sia ancora in tempo non lo so, come professionista televisivo.

giovedì 21 maggio 2009

Piano Caio: parla 3 - Vincenzo Novari


VIVA LA BANDA MOBILE...Da "Il Foglio"Vincenzo Novari


"Mi prendevano per pazzo", dice Vincenzo Novari, amministratore delegato di 3. Forse lo prendono per pazzo ancora adesso, visto che continua a predicare la bontà della tv sul telefonino quando davvero poche persone seguono quella che Novari ha sempre chiamato "rivoluzione". Ma non c'è alcun mea culpa nelle parole di Novari.


"Forse abbiamo imboccato troppo presto una strada, ma continuo a credere che sia la direzione giusta. Forse non abbiamo appieno valutato che per quella rivoluzione occorrevano dei terminali di massa, quindi economici, a poco prezzo, dei minitelevisori.Ma ci stiamo arrivando. Basti pensare al boom delle chiavette per i notebook e, dopo Internet, i consumatori sul telefono vorranno vedere anche la tv".




Proprio sulla tv, secondo Novari, il governo è chiamato a una scommessa. "Paolo Romani, da pochi giorni nominato viceministro allo Sviluppo economico per le comunicazioni, potrà davvero essere considerato come il padre del digitale terrestre in Italia. Il digitale terrestre è una grande occasione per democratizzare lo sviluppo delle telecomunicazioni. Perché il satellite è ormai dominato da un monopolio".


Forse perché è alla testa della società più piccola della telefonia, Novari si concede critiche e stilettate che gli altri big del settore non si sono concessi nella serie di interviste che il Foglio ha avviato in concomitanza con la consegna del rapporto Caio, commissionato dall'esecutivo al superconsulente Francesco Caio per lo sviluppo delle comunicazioni.


Anche sulle reti Novari ha le idee chiare sulle reti, ma fa una digressione geo-eco-tecnologica: "Da oltre 20 anni ci sono due modelli alternativi. Quello americano e quello euro-asiatico. Il primo è incentrato sul fisso e ha generato colossi dell'infrastruttura di rete come Cisco e Hp. Le ultime evoluzioni di questo modello sono il wi-fi e il wi-max. Ilsecondo modello, quello che definisco euro-asiatico, ha sempre puntato sulla tecnologia mobile. In Giappone e in Corea l'accesso al Web è basato sulla rete mobile. Non a caso protagonisti di questo modello sono Nokia, Ericsson, Huawei...".


Alt. Dottor Novari, va bene che il suo proprietario è di Hong Kong, ma parliamo dell'Italia: "Non sto deviando dal tema. Mi lasci completare. Io penso che il modello euro-asiatico è quello che più soddisfa il cliente, perché consente ad esempio l'accesso a Internet da casa anche attraverso una rete mobile: più veloce e più semplice. In altri termini, meglio avere più frequenze che dover scavare e costruire nuove canaline".


Questo ragionamento conduce a dire che non è importante lo scorporo della rete fissa da Telecom per metterla davvero a disposizione dei concorrenti e permettere la creazione della nuova rete in fibra ottica. "Non mi faccia dire quello che non penso. Io dico che secondo quanto mi consta il rapporto Caio indica due alternative di politica industriale.La prima è portare in due anni al 99 per cento della popolazione due megabit di banda larga grazie a un concorso tra pubblico, operatori e produttori di infrastrutture".


Quando parla di "pubblico" che cosa intende? E quanti soldi deve mettere? "Per pubblico intendo soprattutto che i comuni devono mettere a disposizione gratuitamente i siti". La seconda alternativa "comporta una mobilitazione di investimenti pari a dieci miliardi di euro e dieci anni di tempo. Mi chiedo: il tempo è una variabile indipendente?".


Scommetto che vuol dire che preferisce la prima alternativa, che non tocca la rete fissa dell'ultimo miglio di Telecom... "Preferisco la prima alternativa per due ragioni in particolare: non fa perdere tempo e costa meno". E fa felice Franco Bernabè, numero uno di Telecom.


A proposito è del tutto accantonata la fusione con Telecom di cui si parlò tempo fa? "Sì, attualmente il conferimento di 3 condurrebbe a un'ipervalutazione di Telecom". Bè non è che il vostro conto economico sia dei migliori. E' vero che dopo aver sborsato a fine 2008 500 milioni di euro il vostro azionista dovrà coprire altre perdite quest'anno? "Il 2009 sarà l'ultimo anno in cui bruceremo cassa, anche se si dimentica che non viene bruciata ma utilizzata per lo più per investimenti".


Pensare che dovevate chiudere già quest'anno il primo bilancio in pareggio, se non in utile... "E' vero. Ma occorre considerare tre fattori. Che i prezzi da tempo sono decrescenti. E che ci sono state due iniziative populistiche". Populistiche? "Comedefinire l'eliminazione dei costi di ricarica voluta dall'ex ministro Bersani? E come definire la strategia del commissario europeo Reding, che abbassando i costi di terminazione non ha fatto altro che far lievitare le tariffe?".
Sul mercato corre voce di uno spezzatino di 3: Vodafone si prende i clienti, Wind la rete e Telecom i debiti per utilizzarli come "bara fiscale" per pagare meno imposte. "Le bare fiscali non sono consentite dall'ordinamento". Non ha risposto: 3 è in vendita o no? "E' in vendita come lo è Telecom, o qualsiasi altra azienda. E' una questione di prezzi. Noi comunque siamo alla fine di un percorso. Dopo sei anni, nel 2010, produrremo cassa e avremo un margine positivo".


E' vero che il suo azionista, Hutchison Wampoa, cerca partner? "E' stato scritto che alcuni player finanziari internazionali, non europei, sono interessati ad affiancare Hutchison". Ma quando sente il suo azionista che sta a Hong Kong che cosa vi dite della crisi? "Ci vediamo mensilmente e ci sentiamo tutti i giorni. In oriente si ritiene che la ripresa possa partire non prima della seconda metà del 2010. Lì si sta puntando, penso più che nei paesi occidentali, sulle innovazioni tecnologiche e sulla produttività, per tornare su un sentiero di sviluppo, non di carta, non virtuale, ma spingendo sull'economiareale".


Tremontiano pure lei? "Il dna del nostro ministro dell'Economia e delle Finanze è un ibrido tra uno dei più fini intellettuali-economisti in Europa e un uomo d'azione e di governo. Ma nel dibattito su interventismo statale e nuove regole necessarie scorgo un rischio: che ci possa essere un totalitarismo statale. Ossia tanto stato e meno regole". Non era la prospettiva del governo italiano, dice Novari: "Silvio Berlusconi ha avuto un mandato chiaro su quattro punti: sicurezza, giustizia, infrastrutture e riforma dello stato".


Il giudizio, per il numero uno di 3, è sospeso: "La sicurezza è il tema su cui il governo ha dato più risposte. Sulla giustizia mi sembra che si è in working progress. Sulle infrastrutture, aspettiamo i fatti dopo tante parole. Sulla riforma dello stato, oltre a riporre le dovute speranze sull'efficacia del ministro Brunetta, non bisognerebbe avere reazioni demagogiche sulle auto blu o sugli assistenti dei parlamentari ma avere il coraggio di mettere mano alla macchina statale per renderla compatibile col bilancio dello stato". Ovvero, un bel dimezzamento degli statali.


IL MANAGER ASSUNTO (DA CAIO) CHE GRAZIE AL FATTORE C SFILò 5 MILIARDI A MISTER LI KA-SHING...Da "Il Foglio"


Vincenzo Novari è nato a Genova nel 1959 e dopo esserne stato il fondatore è oggi l'amministratore delegato di 3 Italia, la compagnia di telefonia mobile con oltre 8,2 milioni di clienti. Dopo la laurea in Economia e commercio all'Università di Genova nel 1985, Novari inizia le esperienze professionali nel largo consumo in aziende come Johnson Wax, L'Oreal e Danone.
Nel 1995 approda al settore delle telecomunicazioni, entrando in Omnitel Pronto Italia come direttore marketing. "Mi ha assunto Francesco Caio", ricorda al Foglio. Un annodopo assume la carica di Vice-President del settore vendite, marketing e logistica ed entra a far parte del comitato esecutivo dell'azienda di telecomunicazioni. Nel 1999 viene nominato amministratore delegato di Omnitel 2000.


La "passione per le nuove sfide" - dice - lo porta, nel febbraio del 2000, a ricoprire la carica di direttore generale in Andala, la società creata da Renato Soru e Franco Bernabè per partecipare alla gara per l'assegnazione della licenza Umts. Nell'ottobre 2000 diventa amministratore delegato di Andala spa, poi ribattezzata H3G nel febbraio 2001. Sotto la sua gestione, nel marzo 2003, H3G Italia è il primo operatore a lanciare i servizi Umts in Europa.


Così Novari racconta a chi glielo chiede come ha fatto a convincere il magnate di Hong Kong Li Ka-Shing di Hutchison Whampoa - "la multinazionale di cui non avete mai sentito parlare", la definì un banchiere vicino a Novari - a farsi dare cinque miliardi di euro e diventare azionista di 3: "La presentazione dell'azienda fila via liscia. Spiego l'insiemedelle ragioni che fanno dell'Italia il posto giusto per sviluppare il 3G. Sono in giornata di grazia, o sono assistito dal fattore C., sta di fatto che il gran capo di Hutchison mi prende sottobraccio e mi fa: we can do it".

[21-05-2009]

Augias che copia? Roba da non credere...

Ma quante frasi si possono scrivere?
1) Augias? Roba da non credere...
2) Credere o non credere ad Augias, questo è il dilemma...
3) Augias: la credibilità del non credere...
4) Augias infedele, i suoi testi pure
5) Augias...ma va va...
Miska Ruggeri per "libero"

Tutto è iniziato quando Flavio Deflorian, professore associato di Scienza e Tecnologia dei Materiali all'Università di Trento, ha letto per piacere personale, uno dopo l'altro a distanza di poco tempo, due libri: il nuovo bestseller Disputa su Dio e dintorni (Mondadori, pp. 270, euro 18,50), scritto a quattro mani dal volto televisivo (non credente) e firma di Repubblica Corrado Augias e dal teologo (credente) dell'Università San Raffaele di Milano Vito Mancuso; e il meno recente (è uscito in Italia nel 2008) saggio La creazione (Adelphi, pp. 198, euro 19) del noto biologo di Harvard Edward Osborne Wilson, specializzato in mirmecologia (lo studio delle formiche). E ha notato che qualcosa non tornava.

Così ha avvertito le due case editrici, contattato la coppia Augias-Mancuso e parlato della sua scoperta a un collega di Università, Giovanni Straffelini, professore associato di Metallurgia. Il quale ha subito inviato una letterina al Foglio di Giuliano Ferrara, fornendo un esempio dello stile copia-e-incolla adottato con disinvoltura dagli autori italiani.

In effetti, la pagina 246 della Disputa, che ospita le conclusioni (quindi un passo fondamentale, che dovrebbe tirare le somme di tutti i ragionamenti e le riflessioni fatte in precedenza, quasi un puro distillato di pensiero) di Augias, è praticamente identica alla pagina 14 dell'edizione italiana della Creazione in cui Wilson scrive in prima persona una "Lettera a un pastore della Chiesa Battista del Sud".

Leggere qui sopra i due brani a confronto per credere. Sembra impossibile, ma Augias, sulle orme del filosofo-copione Umberto Galimberti (a lungo collaboratore anche lui del quotidiano di Ezio Mauro), al centro nella primavera del 2008 di alcuni clamorosi casi di mancata citazione delle fonti ai danni di Giulia Sissa, Alida Cresti, Salvatore Natoli e Guido Zingari, ha copiato l'autore dell'Alabama pari pari. Tranne un punto e virgola al posto di un punto e un altro al posto di una virgola; «terra» scritto minuscolo o «globo» al posto di «Terra»; un verbo cambiato («dobbiamo imporci» invece di «condividiamo»); una citazione di Dante dal canto di Ulisse per far risaltare gli studi liceali fatti in Italia; un più dubitativo «Non credo» al posto di un secco «No»; un fondamentale «Lei e io» al posto di «Io e lei»; un'aggiunta politicamente corretta sulla «libertà dal dolore e dal bisogno»... Insomma, robetta così. Per il resto, un calco preciso. Solo che Wilson si rivolgeva a un pastore battista, mentre Augias a Mancuso. Evidentemente, sfumature ininfluenti per uno scrittore abituato a indagare filologicamente sui testi antichi alla ricerca di bazzecole come il vero Gesù o la vera natura del cristianesimo...

E il bello (si fa per dire) è che la Disputa, al quinto posto generale e al primo della saggistica nella classifica Arianna dei libri più venduti la settimana scorsa, conta in bibliografia ben 90 volumi citati (compreso un imprescindibile articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica...) e ha un nutrito "indice dei nomi", dal biblico Abele al politico democristiano Benigno Zaccagnini. Ma del povero Wilson e del suo bel saggio (di nicchia, almeno rispetto al pubblico televisivo che compra le "Inchieste" mondadoriane del giornalista Augias) nessuna traccia. Desaparecido. Forse una censura nei confronti di uno scienziato, tra l'altro papà della sociobiologia, accusato talvolta di razzismo e misoginia e quindi poco simpatico ai lettori di Repubblica? Macché.

La spiegazione che dà Augias è ancora più inquietante. Semplicemente, ha preso chissà dove nel mare magnum di Internet alcune frasi anonime (quante saranno?) che gli facevano comodo e le ha infilate con nonchalance nel suo libro. Un po' come facevano alcuni poeti antichi per comporre i centoni. Che però, se non altro, richiedevano una certa abilità metrica e si basavano proprio sulla riconoscibilità dei testi (Omero, Virgilio ecc.). Qui la prosa è quella che è; e per smascherare la fonte c'è stato bisogno di un professore di Trento...

Francesco Borgonovo per "Libero"

La risposta che Corrado Augias ci ha dato quando gli abbiamo fatto notare la "strana somiglianza" fra una pagina del suo libro e il brano di Edward O. Wilson è simile a quella inviata per mail al professor Deflorian. Spiega Augias: «Questo libro è nato da un dialogo tra i sostenitori di due tesi contrapposte. Per la mia parte mi sono avvalso oltre che di convincimenti e riflessioni personali, di numerose testimonianze, dalle Confessioni di Agostino a internet, citando la fonte ogni volta che è stato possibile».

Evidentemente, nel caso del saggio di Wilson, non è stato possibile reperire la fonte. Sorge però un dubbio: ci sono altre pagine di Disputa su Dio e dintorni in cui compaiono citazioni prese dal web senza indicare la fonte?

Diversa la risposta che ci ha dato l'altro autore del libro, il teologo Vito Mancuso (il quale non ha firmato il passaggio incriminato), che dice a Libero: «Conosco il libro di Wilson e sono al corrente di quello che è successo. Sono amareggiato, completamente sbalordito. Non capisco come sia potuta accadere una cosa del genere. Spero che Augias lo spiegherà anche perché colpisce il fatto che quel passaggio si trovi nelle conclusioni, dove lui parla in prima persona, dove parla di se stesso.

Non so che cosa dirà Augias, ma il fatto è innegabile: le pagine sono lì sotto gli occhi di tutti. Non c'è possibilità di negare l'evidenza. Sono le stesse parole, con gli stessi verbi, la stessa successione delle frasi. È impressionante. Io però non ho responsabilità. Anzi, se in tutto questo c'è una vittima, sono io».

[21-05-2009]

Fini: dietro gli occhiali niente



Michele Brambilla per Il Giornale


Intervista a Giuliano Ferrara


Tra le tante prime pagine geniali che hanno confezionato al Foglio nella loro giovane ma fecondissima storia, ne hanno scelte due da appendere all'ingresso: la prima è quella del giorno d'apertura dell'ultimo conclave («La formidabile lezione del prof. Ratzinger»); la seconda è quella del giorno successivo: «La formidabile elezione del prof. Ratzinger». Sono quelle due lì, che ti accolgono appena entri in redazione. Giri la testa e sulla parete opposta ne vedi un'altra. Il titolo è «Storie di disordinata fecondazione».


Ti aspetteresti insomma di trovare un Giuliano Ferrara pronto a dire il peggio sulla svolta laicista di Gianfranco Fini. Anche perché non è solo questione di laicismo. Ormai ogni volta che Fini apre bocca, Scalfari applaude. E applaudono MicroMega, Gad Lerner, Furio Colombo e tutto quel milieu politicamente corretto di cui Ferrara denuncia da un pezzo la banalità, l'inerte accodarsi a un pensiero-slogan.


E invece, «la svolta di Fini mi affascina», ci dice Ferrara dalla sua poltrona di direttore-fondatore. Dietro di lui, si vede scorrere il traffico del Lungotevere. È vero che Ferrara ha sempre detto che solo i cretini non cambiano mai idea. Però tra il non cambiare mai idea e il cambiarla su tutto, e in così poco tempo, una via di mezzo ci dovrebbe pur essere. Molti elettori, anzi molti ex elettori di An, dicono che Fini è un traditore.


Invece lei, Ferrara, lo difende?


«Non è che difendo Fini. Anzi, nel merito spesso lo critico. E non ho neanche mai avuto una gran stima di lui come politico. Ma sono molto preso da questa sua nuova avventura, che trovo abbia un lato romantico e uno politologico».


Perché romantico?


«Perché c'è un uomo che si converte, e le conversioni sono sempre interessanti».


Secondo lei Fini è sincero?


«Non lo so, non posso entrare nel suo animo. Ma dal giorno del "fascismo male assoluto" e da quello del tre sì al referendum sulla legge 40 è stato un crescendo. Ormai Fini ha cambiato praticamente tutto di se stesso. La sua assomiglia molto a metanoia».


Veniamo al fatto politologico.


«Anche qui siamo di fronte a qualcosa di singolare. In genere, un leader è forte perché ha alle spalle un gruppo dirigente e un elettorato. Fini aveva i colonnelli, e poteva contare sul consenso del 12 per cento degli italiani. Aveva pure una tradizione - e che tradizione - nel suo bagaglio. Bene, Fini ha scientemente decostruito tutta la sua base. A un certo punto ha detto: io sono solo».


È qualche anno, che si smarca.


«Ma adesso non è solo questione di smarcarsi. Fini sta cercando di diventare leader non più di un partito, ma di una rivoluzione culturale».


È l'uomo che visse due volte?


«Anche più di due volte. O forse, al contrario, è un uomo che cerca finalmente di vivere almeno una volta».


Fino ad ora non ha vissuto di vita propria?


«Beh, insomma, diciamo la verità: nessuno gli ha mai dato molto credito. Come comincia la vera carriera politica di Fini? Quando Berlusconi disse che a Roma avrebbe votato per lui. Ma in quel momento Fini era solo l'oggetto politico. Il soggetto era Berlusconi».


Poi però ha cercato di mettersi in proprio. Via da Silvio, e vai con il sodalizio con Mario Segni.


«E fu un tonfo clamoroso. Fecero una lista che aveva per simbolo un elefante, e io tolsi l'elefantino dalla mia rubrica, sostituendolo con un ippopotamo, proprio per evitare confusioni».


Ma a un certo punto s'è pensato: il delfino di Berlusconi è lui.


«Ridicolo. Non c'era nessuna possibilità».


Sta dicendo che la carriera politica di Fini è stata un flop dietro l'altro? Una vita da mediano?


«L'immagine che aveva Fini era quella di uno che veste Facis e parla bene. Sa che cosa diceva Craxi di lui? È un vuoto incartato: dentro, non c'è il regalo».


Curioso. Nel Fronte della Gioventù lo chiamavano «dietro gli occhiali niente».


«Appunto. Più o meno la stessa cosa».


Adesso, invece, il riscatto?


«Sicuramente adesso sta nascendo un fatto interessante. Fini sta cercando un ruolo da protagonista».


Il suo amico Buttafuoco dice che Fini ha gettato via tutto, del passato. E non si può gettare via tutto.


«È vero, Pietrangelo lo vede come un voltagabbana. Lo capisco. Fini ha buttato via tutta una tradizione che non era certo banale, perché il fascismo sarà stato un orrore ma non era un patrimonio insignificante. Però sono anche passati sessant'anni, era ora di cercare qualcosa di nuovo».


Ma che cosa c'è di nuovo in quello che dice Fini? Sempre Buttafuoco dice che ha solo copiato il politically correct della sinistra.


«È vero anche questo. Per ora, di nuovo Fini non dice nulla. Ha preso lo schema Bobbio-Zagrebelsky e lo ha fatto suo».


I finiani dicono: anche Sarkozy ha innovato la destra.


«Ma è una storia diversa. Sarkozy ha fatto qualche piccola rottura, tuttavia rappresenta sempre il gollismo che si fa strada nel segno dell'autorità. Voglio dire: Sarkò rimane di destra, ha un impianto culturale che gli consente qualche concessione al politically correct pur restando nella tradizione della destra francese. Che è una destra antifascista. Questo Fini non se lo può permettere. Lui viene da una destra che era fascista. Ecco perché deve rompere completamente con il proprio passato».


Ma scusi: ma che cosa c'entrano le battaglie per la fecondazione assistita o per le coppie gay con la rottura con il fascismo?


«Niente. Però Fini non è stupido, sa che il Paese è in gran parte secolarizzato, e che la Chiesa stessa su certi temi è divisa. Se fai il laicista prendi certamente più voti di quanti ne ho presi io con la lista contro l'aborto. Con le sue nuove posizioni sulla bioetica, Fini conquista consensi e diventa una voce credibile per i lettori di Repubblica».


Una battaglia dagli scopi personali?


«È un dubbio che non mi faccio neanche venire. Da Machiavelli in poi, s'è sempre saputo che c'è una coincidenza di interessi pubblici e di egotismi. Il buon politico non è quello che rinuncia a se stesso».


Secondo lei questa volta Fini ce la fa, a diventare un numero uno?


«Non so. Dovessi fare una diagnosi, direi che per adesso il progetto non si è ancora depositato. Galleggia. Però, sa, l'Italia è un Paese strano, in un certo senso è tutta di sinistra, e Fini sta toccando corde che alla sinistra piacciono».


L'Italia tutta di sinistra? Questa è nuova.


«Non mi fraintenda. Mi rendo conto che è difficile da spiegare, però c'è tutto un modo di essere che, insomma, è di sinistra. Maroni è il ministro che caccia i clandestini, ma è uno che suona con la band; Bossi fa il nordista, ma lo fa mettendosi il fazzoletto al collo come i partigiani. E la diocesi di Milano? È la più grande del mondo, e ha una cultura solidarista, di sinistra in fondo. E Tremonti? Tremonti è uno di sinistra, dai!».


Vediamo se riesco a capire. Sta dicendo che, al fondo, la cultura italiana è di sinistra, e Fini sta puntando a ottenere i consensi della cultura?


«Dico che la destra è un concetto abbastanza estraneo alla cultura italiana. E non si può escludere che un giorno Fini possa apparire come un modernizzatore a un bacino elettorale che oggi ancora lo rifiuta».


Fini prossimo leader della sinistra?


«Questo no, è impossibile. Però può darsi che fra quattro anni Fini sappia trovare i toni giusti, i tratti giusti per piacere a un certo elettorato. Potremmo trovarci di fronte a un cambiamento che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare».


Anche lei, Ferrara, è un «convertito», intendo dire in politica. È per questo che la conversione di Fini la affascina?


«Non lo nascondo. Le storie degli ex mi piacciono anche perché sono io pure un ex. Fini ha mollato un gruppo per diventare un oratore solitario. E, improvvisamente, si è trovato a contare più di prima. Per adesso, solo dal punto di vista psicologico e mediatico. Poi, quale sarà il suo destino, questo non lo sappiamo».

[20-05-2009]

martedì 12 maggio 2009

Ricolfi e la sinistra che respinge gli italiani, non i clandestini



Luca Ricolfi per La Stampa


Respingimento. Su questa parola altamente evocativa gli animi si stanno dividendo. Da una parte il ministro dell'Interno Maroni e la Lega, orgogliosi che l'Italia sia riuscita - per la prima volta - a impedire a diverse imbarcazioni cariche di migranti di raggiungere illegalmente le nostre coste. Dall'altra la Chiesa, le organizzazioni umanitarie e ieri anche il Consiglio d'Europa.


Preoccupati che fra i migranti vi possano essere persone che, una volta sbarcate in Italia, avrebbero chiesto e ottenuto asilo politico. In mezzo, su posizioni leggermente meno estreme, si collocano i nostri due maggiori partiti, il Popolo della libertà e il Partito democratico, il primo tentato di inseguire la Lega (nonostante i distinguo di Fini), il secondo tentato di inseguire la Chiesa (nonostante i distinguo di Fassino).


Che i partiti di governo, nonostante qualche timido mugugno, plaudano all'azione del ministro dell'Interno è del tutto naturale. La sicurezza è uno dei punti chiave del programma del centro-destra, e sarebbe strano che il «respingimento» dei barconi nei porti di partenza non fosse salutato con un sospiro di sollievo.


Quel che a me pare invece meno scontato è l'accanimento con cui il Pd e il suo neosegretario da tempo combattono qualsiasi idea venga partorita dal ministro Maroni. Non solo non mi pare né ovvio né normale, ma mi pare estremamente interessante, per non dire rivelatorio. L'ostinazione con cui la sinistra respinge al mittente qualsiasi proposta concreta in materia di sicurezza, senza essere minimamente sfiorata dal dubbio di aver torto, ci fornisce una preziosa radiografia dei suoi mali.


L'astrattezza, prima di tutto. Astrattezza vuol dire non voler vedere la dimensione pratica, concreta, materiale di un problema. Se non fossero ammalati di astrattezza i dirigenti del Pd capirebbero che il problema dell'Italia è che attira criminalità e manodopera clandestina più degli altri Paesi perché non è in grado di far rispettare le sue leggi, e che l'unico modo di scoraggiare l'immigrazione irregolare è di convincere chi desidera entrare in Italia che può farlo solo attraverso le vie legali.


A questo serve il «respingimento», ma a questo serviva anche la norma che prolunga da 2 a 6 mesi la permanenza nei centri di raccolta degli immigrati (i vecchi Cpt, ora ridenominati Cie), una norma necessaria ma ottusamente combattuta dall'opposizione. Senza il respingimento (in mare) i trafficanti di immigrati continuerebbero a scaricarli sulle nostre coste, senza il prolungamento dei tempi di permanenza (nei Cie) l'identificazione sarebbe perlopiù impossibile, e continuerebbe la prassi attuale, per cui il clandestino viene trattenuto qualche settimana e poi rimesso in circolazione senza possibilità di riaccompagnarlo in patria.


Io capisco che si possano avere seri dubbi sulle cosiddette ronde, o sui medici-spia (denuncia dei malati clandestini) o sui presidi-spia (denuncia dei genitori clandestini di bambini accolti nelle nostre scuole), e io stesso ne ho molti. Ma non capisco il rifiuto pregiudiziale di provvedimenti di puro buon senso, la cui unica funzione è di ristabilire quello che tutti i governi degli ultimi vent'anni avevano sbriciolato, ossia un minimo di deterrenza. Tra l'altro questo è uno dei pochi punti fermi degli studi sulla lotta al crimine: minacciare pene più severe serve pochissimo, quel che serve è rendere credibile la minaccia.




Ma non c'è solo astrattezza, c'è anche molta presunzione, per non dire molto snobismo. Lo sa il segretario del Pd che la maggior parte degli italiani approva l'azione del ministro Maroni?Sì, probabilmente lo sa, ma si racconta la solita fiaba autoconsolatoria. Gli italiani non sono quelli di una volta, Berlusconi li ha rovinati, la Lega li ha incattiviti, noi politici illuminati non possiamo farci guidare dai sondaggi, noi dobbiamo riforgiare le coscienze, corrotte e intorpidite da vent'anni di berlusconismo.


E' la solita storia: «alla sinistra non piacciono gli italiani», come scrisse fulmineamente Giovanni Belardelli quindici anni fa, allorché la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto, sconfitta e umiliata, non si capacitava che un rozzo imprenditore lombardo avesse potuto sconfiggere una classe politica colta e raffinata qual era quella del vecchio Pci.


E qui si arriva all'ultimo e più grave male della sinistra, la sua distanza dai problemi delle persone normali, specie se di modeste origini o di modesta cultura. Quando si parla di criminalità, di sicurezza, di immigrazione clandestina, nella gente c'è certamente anche molto cattivismo gratuito, molta insofferenza, molta intolleranza. Ma una forza politica dovrebbe sapere che i cattivi sentimenti non vengono dal nulla, e quelli buoni hanno talora origini imbarazzanti.


L'insofferenza verso gli immigrati è più forte nei ceti popolari perché è nei quartieri degradati che la sicurezza è un problema grave; ed è innanzitutto per chi non ha grandi risorse economiche che la concorrenza degli stranieri per il posto di lavoro e per servizi pubblici può diventare un problema serio.


L'apertura verso gli stranieri, il sentimento di solidarietà, l'attitudine a tutti accogliere albergano invece in quelli che lo storico inglese Paul Ginsborg ha battezzato i «ceti medi riflessivi», e raggiungono l'apice fra gli intellettuali, dove - soddisfatti i bisogni primari - ci si può dedicare all'arredamento della propria anima: chi ha un lavoro gratificante e un buon reddito, chi può permettersi di vivere nei quartieri migliori di una città, chi non deve combattere per un posto all'asilo o per una prenotazione in ospedale, può coltivare più facilmente un sentimento di apertura.


Insomma, l'insofferenza degli uni è spesso frutto dell'emarginazione, il solidarismo degli altri è spesso frutto del privilegio. Possibile che la sinistra, che pure continua a dire di voler rappresentare gli umili, non riesca a rendersi conto del paradosso? Ma forse in questi giorni assistiamo anche, lentamente, quasi impercettibilmente, a uno smottamento. Nel Pd qualche timida voce di concretezza e di pragmatismo si è pur fatta sentire: prima Fassino, poi Parisi, poi Rutelli. Speriamo che non siano rapidamente sopraffatti dalla forza del passato, dai tanti luoghi comuni che essi stessi hanno alimentato e che ora frenano il cambiamento.

[12-05-2009]